I nostri 4 passi per fare la differenza

I nostri 4 passi per fare la differenza

by donO
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Iniziare il nuovo anno può rappresentare per molti – al netto di botti e calorie – una valida occasione per fermarsi a riflettere sull’anno appena lasciato alle spalle, alle esperienze positive o negative che l’hanno caratterizzato, ai momenti in cui si è toccato il cielo con un dito o in cui si è toccato il fondo, alle occasioni perse per divenire la migliore versione di se stessi o in cui a guidarci è stata l’incosciente accondiscendenza ad un’aurea mediocritas purtroppo eretta a sistema.

Eccomi, quindi, a condividere con te i 4 passi fattibili + 1 per #fareladifferenza nel tuo 2024:
1. “Grazie e scusa”
2. Gestione del tempo: dal kronos al Kairòs
3. Ritrovare consapevolezza di sé
4. “Chi guarda dentro si sveglia”
+ 1. Felicità non è comodità

Siamo appena ai primi giorni dell’anno nuovo: forza! Possiamo ancora fermarci un attimo per dire a Dio e agli altri “grazie e scusa” e provare ad impegnarci per fare meglio divenendo più attenti a non lasciarci distrarre da eventi solo esteriori e per vivere di più “dentro” la nostra esistenza.

Tra le righe dei modi in cui abbiamo affrontato gli eventi dell’anno passato si celano anche le risposte di ciascuno alle questioni di senso grandi e piccole, a quelle questioni che si intrecciano un giorno sì e l’altro pure con la propria vita.
Una vita che – se la Parola ascoltata a Natale (in particolare mi riferisco alla lettera di San Paolo a Tito, solo per fare un esempio) ha lasciato un seppur piccolo segno – sa di non essere votata al caos o al caso, ma di ritrovare nell’Incarnazione del Figlio di Dio un dono enorme di tenerezza divina da accogliere proprio per permettere a Dio – attraverso/per Cristo – di strappare l’esistenza di ciascuno di noi ad una narcisistica gratificazione o ad una disperata involuzione e, invece, accompagnarla perché ognuno ne faccia un dono in cui “sobrietà, giustizia e pietà” possono significare altrettante coordinate di autentiche e liberanti relazioni con se stessi, le cose, gli altri e Dio.

Lasciarsi un anno alle spalle, ma soprattutto accoglierne uno nuovo dalle mani di Dio, apre gli occhi del cuore di ciascuno sulla delicata questione del dono del tempo e sulla sua gestione. Gli esempi sull’importanza di questo dono si sprecano, ma non ce ne accorgiamo; partiamo dal più semplice: il non rispetto dei tempi di cottura del cibo, per esempio. Pensiamo anche ai ritmi e alle scadenze di una redazione di notizie, al ritmo condiviso di un coro e di un’orchestra. Infine, pensiamo per un istante a chi viene al mondo un po’ prima del tempo e ha bisogno di tanta cura, calore e amore: in questi frangenti ci si rende conto immediatamente di come anche un solo attimo possa essere fondamentale di fronte al grande dono e mistero della vita.

L’inizio di un nuovo anno può rappresentare l’occasione per tentare di rimettere in piedi dentro di noi una struttura spirituale che ci permetta di considerare il tempo un dono passando dal kronos al kairòs, dal semplice fluire dei secondi alla consapevolezza che quel succedersi di vita è abitato da Dio.

Dopo 365 giorni si potrebbe non aver ancora chiaro chi o cosa lasciar andare o in quale direzione investire energie e risorse; e se non ci si ferma anche solo per pochi istanti anche a chiedersi se si è stati all’altezza dei propri talenti e responsabilità, della risposta alla propria vocazione … si parte in salita.

Mentre terminavo un corso di formazione qualche giorno fa, uno dei relatori ha detto una cosa davvero bella a proposito della consapevolezza: “chi è consapevole non subisce, ma può affrontare e rielaborare”.

Come voglio vivere, dunque, questo anno che è alle prime battute? Quali spazi voglio riservare alle mia vita spirituale, ovvero quale tempo voglio dedicare a scoprire il volto di Dio che cambia la vita che se anche resta la stessa, con Lui assume una luce diversa? (cfr. P. Curtaz).
Non è affatto un obbligo prendersi cura dello spazio sacro del proprio cuore perché Dio possa dimorarvi, ma una necessità per non correre invano nelle proprie giornate. Non è una perdita di tempo, ma soprattutto non toglie niente alla vita, anzi.

E ora facciamo un piccolo esperimento.
Prendi un panettone o una fetta di panettone in mano. Che ce ne facciamo di un panettone? Starai pensando: “ce lo mangiamo”. Ecco: un panettone lo puoi mangiare per saziare la tua fame di cibo (a livello fisico), lo puoi gustare mentre lo condividi con gli amici o i famigliari (e qui parliamo di relazioni) e lo puoi mangiare con gli altri perché vi unisce la festa per la nascita del Salvatore (siamo allo spirituale in senso ampio). Ammesso che il picco glicemico non ti abbia preso in pieno mentre leggevi, osserviamo insieme che non solo il livello spirituale non ha affatto inibito o annullato i precedenti, ma vi ha dato senso e direzione. Una visione spirituale permette, per restare all’esempio del panettone, di rispondere in modo opportuno alla domanda “Vivo per mangiare o mangio per vivere?” e “che tipo di relazioni sto instaurando?”.

Trovo sempre illuminante un passaggio sull’amore – risposta profonda alla grande ricerca di vita che alloggia dentro ciascuno – in un libro di Alessandro D’Avenia: “l’amore è una promessa, non una garanzia: l’idea romantica dell’amore ci ha illuso che sia una garanzia. L’amore vero invece festeggia la trasformazione della vita, passo dopo passo, in un cammino di scoperta di se stessi attraverso l’altro e insieme all’altro, e non a causa dell’altro. L’amore vero è una storia, l’amore romantico il sogno di una storia. Alla tentazione romantica si oppone quella cinica, che porta ad amare l’altro non per quello che è, ma per quello che ha, qualità fisiche o spirituali riscontrabili con il passare del tempo in altre persone, con conseguente durata a scadenza. L’amore vero è una storia, quello cinico una barzelletta che non fa neanche ridere. L’amore romantico si confonde con gli stati emotivi e fa dell’altro un dio del proprio benessere, caricandolo di aspettative impossibili da soddisfare. L’amore cinico si confonde con l’attrazione temporanea per le qualità dell’altro, e fa di lui un servo del nostro ego, uno strumento della nostra soddisfazione e sicurezza. Ogni volta che decidiamo di amare così, in realtà stiamo praticando il disamore, condanniamo l’amore a morire sovvertendolo nel suo fondamento”. (Alessandro D’Avenia – Ogni storia è una storia d’amore – Mondadori).

Quando capiremo che “Dio non toglie niente, ma dona tutto” (Benedetto XVI), avremo finalmente l’occasione di prendere sul serio il nostro cammino di vita cristiana!
E allora proviamo a partire col piede giusto. Se ogni giorno riusciremo a fare anche un solo passo verso la meta a cui siamo inviati … alla fine dell’anno ne avremo fatti ben 366 (il 2024 è bisestile). Ogni cammino – anche il più lungo – comincia con il primo passo. Ci muoviamo?

Come scriveva Carl Gustav Jung,

“La tua visione diventa chiara
solo quando guardi dentro il tuo cuore.
Chi guarda fuori, sogna.
Chi guarda dentro, si sveglia”.

E allora cara lettrice, caro lettore de “La mia fede è differente” ti auguro proprio questo: di svegliarti e tenere desto il cuore sì da vivere un anno in compagnia del Signore.

Ti auguro di cuore di essere realisticamente felice così come ne parla Rocco De Stefano nel suo libro (consigliatissimo: mi ha toccato il cuore e fatto sorridere e riflettere un sacco) – L’influencer di Dio – in cui un certo fra Francesco 🙂 dice a Fabio:
“Oggi siamo nella società del dio comfort, non c’è posto per le croci.
Vogliono farci credere che la felicità derivi dalla comodità.
Ma può mai essere vero?
È comodo allattare un bambino di notte? Ma quanta felicità si prova nel vederlo crescere!
La vita per sua natura è scomoda. Per questo, ripeto fratello caro, la felicità può essere mai ridotta alla comodità? Per me la felicità è tutta un’altra cosa!”

Buon anno e buon cammino.

ps: se conosci qualcuno a cui possa far bene leggere queste poche righe, condividi pure. Alla prossima.

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